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Roberta Prestigiacomo / Blog

Confessioni di utensili

Il Chiodo

Sono un vecchio chiodo arruginito, un tempo ero appeso ad un pezzo di legno che serviva a tenere chiusa una porta, la porta di una casa abbandonata. Una di quelle case che tutti sognerebbero, una di quelle case meravigliose, dove entra la luce e ne esce il colore. Ora faccio parte della terra, mi ricopre come per vendetta, di aver soffocato i suoi fiori, il suo odore, la sua evoluzione, di aver crocifisso un legno, per chiudere la porta di una casa rimasta vuota a soffocare solo lo spazio. mi merito ogni particella di ossido, che decomponendomi mi sta restituendo alla natura da cui provengo, e che io stesso, come chiodo e quasi come un uomo uccido ogni giorno, senza rendermene conto.

Il Martello

Sono un martello, forzuto batto i chiodi, mingherlini, da schiacciare. il mio muscolo è di ferro buono, sono ancora nuovo, pesante e ben saldo a... non voglio dirlo... detesto la mia parte debole, lignea... un pò di "bostik", mi separa da lei, vigliacca ma devo ammetterlo, utile alla mia mobilità... certo sarei voluto essere tutto d'un pezzo, se si rompe e si usura questa parte di me, sono prossimo al pattume, ed un martello come me, che non invecchia, che non si lascia arruginire come un chiodo codardo, non merita questa brutta fine. Io delle ingiustizie sono il boia, i miei antenati con forza costrinsero chiodi a trafiggere carni, trafiggere ferri, trafiggere legni... son proprio io, mi prendo il merito di mille gesta.

La Tenaglia

Sono la tenaglia, zitta anaconda nella cassetta chiusa. Do il meglio se avvinghiata forte a chi si sente inestirpabile, imprendibile, fissato nelle sue convinzioni. Son capace di tagliare fili di ferro che si attaccano ai più forti, fili spinati che si reputano invalicabili, sono la stretta di mano della rivalsa. Libero i deboli chiodi dalle loro tombe di condanna. Posso vincere il dolore con una stretta, tagliare le catene fredde della morte.

La Vite

A poco a poco mi insinuo senza affanni, in tutto ciò che c'è di materiale, girando come la terra su se stessa, mi apposto in una trincea, una casa, una nicchia dove nascondermi. Sono piccoli buchi, tane di vespe, le mie ville, le mie umili dimore... è lento il calvario di una vite come me, che fissata nei punti di giuntura di mille marchingegni a tenere in piedi in silenzio monumenti, fabbriche e città... Sono la vite senza fine, che illude chi mi guarda, volteggiare, bucando l'aria, sempre pronta a scavare per unire, per nascondere, per ancora alimentare il ciclo di mulini a vento, che muovono macine, per polverizzare la vita e la forza della terra.